La prigione di Philip Zimbardo (parte 2)

segue (parte 1)

La distribuzione del potere in prigione

Una volta spezzata la solidarietà intra-gruppo, l’aggressività dei reclusi non si orientò più sulle guardie ma verso i propri compagni di sventura. D’altra parte, la rivolta contribuì a consolidare il gruppo delle guardie, che cominciarono a comportarsi come i “padroni” della prigione diventando più aggressive e infliggendo diversi tipi di punizioni, anche senza alcun motivo apparente. Le guardie potevano ad esempio obbligare i prigionieri a compiere numerosi piegamenti sulle braccia, e inoltre talvolta ordinavano agli altri reclusi di sedersi sulla schiena di chi stava compiendo l’esercizio. Altre volte buttavano le coperte dei prigionieri sotto gli alberi che circondavano l’Università di Stanford, riempiendole così di fastidiosi aghi di pino che avrebbero dovuto essere tolti uno ad uno. Infine, la “conta”. Durante il sonno notturno le guardie svegliavano i detenuti con i loro fischietti e li costringevano a stare in piedi per ore a ripetere il proprio numero e a fare esercizi umilianti e sessualmente ambigui, come ad esempio imponendo di saltare sulla schiena di un proprio compagno piegato in avanti.

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Queste punizioni, pur non essendo dolorose in sé, trasmettevano ai detenuti il messaggio che avevano completamente perso il potere sulla propria vita, che era ora in mano alle guardie e ai soprintendenti della prigione.

I primi segnali di cedimento

Dopo meno di 36 ore dall’inizio dell’esperimento, il prigioniero 8612 cominciò a sembrare emotivamente turbato: pianto incontrollato, scatti d’ira, pensiero disorganizzato. Zimbardo, ormai calato anch’egli totalmente nella parte di direttore della prigione, pensò in un primo momento che stesse fingendo e gli propose di rimanere nell’esperimento e di fare l’informatore per lui. 8612 avrebbe dovuto relazionare su ciò che succedeva che poteva cadere al di fuori dell’attenzione delle guardie. Tornato in cella, il giovane studente era affranto e frustrato: “non usciremo mai da qui” sussurrava ai propri compagni.

Stanford

Dopo poco, 8612 cominciò a comportarsi in modo sempre più estremo: urlava, era aggressivo con chiunque, sembrava fuori di sé. Solo allora il professore di psicologia cominciò ad accorgersi che il suo esperimento stava davvero provocando gravi sofferenze ai partecipanti.

Gli attori involontari della finzione si calano nella parte

Come una vera prigione, anche il carcere di Stanford prevedeva la giornata delle visite con i familiari. Zimbardo si rese conto che i genitori avrebbero fatto di tutto per riportare i propri figli a casa, se avessero visto le condizioni della prigione dopo appena due giorni di esperimento. Così fecero lavare e rasare i detenuti, diedero loro un pasto abbondante e mandarono una ragazza attraente a fare l’accoglienza ai genitori. Anche i familiari diventarono così attori della messinscena e dovettero attenersi alle rigide ed arbitrarie regole della prigione di Stanford. Molti protestarono, ma tutti obbedirono di fronte all’autorità dello scienziato (v. obbedienza all’autorità). I genitori, pur essendo scossi dalle condizioni dei propri figli, sembravano prima di tutto voler dimostrare che avrebbero potuto farcela. La pressione a comportarsi come dei “duri” era maggiore dell’aspetto razionale che permetteva di riconoscere l’intera situazione come qualcosa di assurdo e ingiustificato.

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Il giorno seguente i detenuti furono condotti di fronte ad un ufficiale per discutere la possibilità di ottenere la liberazione anticipata. L’ufficiale in questione era un vero e proprio esperto del campo: si trattava di una persona che aveva scontato una pena di 16 anni recluso nella prigione di San Quentin in California. Anche in questo caso, si assistette ad una vera e propria metamorfosi personale data dall’immedesimazione nel ruolo di Presidente della Commissione Rilascio. Questi infatti cominciò a sfogare tutta la frustrazione per gli innumerevoli rifiuti subiti durante la propria carriera carceraria sui partecipanti dell’esperimento, accusandoli di non essere abbastanza tosti e di non riuscire a reggere la pressione, e replicando la medesima disparità di potere e arbitrarietà nella presa di decisioni osservata nelle vere prigioni.

Inoltre, nel corso di queste udienze avvenne un altro fatto straordinario: Zimbardo chiese ai detenuti se erano intenzionati a interrompere l’esperimento rinunciando al compenso pattuito e tutti i partecipanti dissero di sì. Tuttavia, alla fine delle udienze tutti tornarono mestamente nelle proprie celle e nessuno chiese di andarsene.

Quando finimmo le udienze e li informammo che potevano tornare nelle rispettive celle in attesa della nostra decisione, tutti obbedirono – anche se ognuno di loro avrebbe potuto ottenere il rilascio semplicemente ritirandosi dall’esperimento. Perché obbedirono? Obbedirono perché si sentivano incapaci ad opporsi. La loro percezione della realtà era cambiata, non consideravano il tutto come un esperimento. All’interno di quella prigione psicologica che avevamo creato, solo noi avevamo il potere di concedere il rilascio.

Philip Zimbardo

L’epilogo

“Il prigioniero 819 sostiene di non stare bene, vuole vedere un dottore” disse una delle guardie al direttore. Così Zimbardo volle capire cosa stava succedendo e accolse il detenuto nel proprio ufficio. Trovò un ragazzo confuso e spaventato, in lacrime, aveva rifiutato il pasto e accusava dolori. Gli tolse la catena e il berretto e gli accordò il permesso di riposare in una stanza adiacente alla prigione. Ma ormai le guardie avevano il completo controllo psicologico sui prigionieri: misero in fila i detenuti e ordinarono loro di cantare in coro “Il prigioniero 819 ha fatto una cosa brutta. Il prigioniero 819 è un pessimo prigioniero”

Appena Zimbardo si rese conto che il ragazzo avrebbe potuto sentire quel coro corse nella stanza e lo trovò piegato da un pianto disperato. Il professore disse al ragazzo di andare via, lasciare l’esperimento, ma lui rispose che non poteva lasciare perché gli altri l’avrebbero etichettato come un cattivo prigioniero e lui voleva dimostrare loro che avevano torto.

A quel punto dissi: “Ascolta, tu non sei il numero 819. Tu sei [il suo nome], e io sono il dottor Zimbardo. Sono uno psicologo, non un responsabile di una prigione, e questa non è una vera prigione. E’ solo un esperimento, e quelli sono studenti, non prigionieri, proprio come te. Andiamo”.

Improvvisamente smise di piangere, guardò in alto verso di me con l’espressione di un bimbo svegliato da un incubo, e rispose “Ok, andiamo”.

Philip Zimbardo

Nonostante questo, l’esperimento andò avanti ancora un paio di giorni. Al sesto giorno dal suo inizio, Christina Maslach, dottoranda di psicologia all’Università e futura moglie di Zimbardo, guardando le riprese della prigione esclamò “E’ terribile quello che state facendo!”

Un lampo squarciò la percezione del professore. Gli attori erano ormai sprofondati nelle parti e non c’era più alcun segno di umanità dietro al ruolo esercitato. Guardie, prigionieri, ma anche i familiari e Zimbardo stesso si stavano comportando come se quella finzione fosse diventata reale.

L’esperimento fu interrotto e si diede avvio alle riflessioni. Ma tuttora è difficile comprendere come un contesto malvagio possa trasformare persone comuni in base agli stereotipi e alle aspettative del ruolo designato. Aguzzini, direttori spietati, prigionieri sottomessi e asserviti al potere. Bene e male sono due forme che si completano a vicenda e, come nel quadro di Escher, non c’è l’uno senza l’altro. Sono le regole del contesto a determinare quale delle due forme debba prevalere.

Per approfondimenti:

Philip Zimbardo: L’effetto Lucifero – Cattivi si diventa?

Faccio E., Costa N.: The presentation of Self in Everyday Prison Life

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